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Il cinema a portata di azienda: il valore dell'anamorfico

20/09/2018
Se può essere scritto, o pensato, può essere filmato.
- Stanley Kubrick -

La verità è che in questi tempi frenetici, la conoscenza della tecnica è diventato un asset imprescindibile.

La creatività si nutre di tecnologia. La fruizione di video è diventata sempre più frenetica e assoluta, già oggi rappresenta il 75% del traffico internet. Entro il 2020 arriverà all’85%. Distinguersi diventa, oltre che necessario, più complicato. Far percepire una qualità diversa, se non migliore, è la sfida. Per vincerla, l’anamorfico è un alleato. Un formato video che si ottiene girando con obbiettivi dotati di lenti speciali (anamorfiche ça va sans dire), che deformano il campo visivo orizzontalmente. L’immagine che ne risulta, rispetto ad una realizzata con un obiettivo classico, è un’immagine larga il doppio.

Si ha meno profondità di campo e una particolare sfocatura ovale invece che sferica (il cosidetto “Bokeh”, per gli appassionati).

[prima foto - prova in HD / seconda foto - prova anamorfico]





Il primo lungometraggio girato con questa tecnica è del 1953, (“La Tunica”, di Henry Koste, che vinse anche il premio Oscar come miglior film), ma probabilmente lo ricorderete maggiormente per film che sono entrati, non a caso, nell’immaginario visivo di tutti noi, “Blade Runner” di Ridley Scott (tra l’altro anche regista pubblicitario, suo il famoso 1984 per Apple) e “Apocalypse Now” di Francis Ford Coppola.

Mentre registi che ne hanno fatto un marchio di fabbrica sono in ordine cronologico: Billy Wilder, Quentin Tarantino, e Christopher Nolan. Lo standard visivo, massimo, di oggi. L’anamorfico è un formato più difficile da maneggiare, tanto che persino nel cinema non è usato spesso. Richiede capacità e tempi maggiori, ma proprio per questo la sua pasta diventa un tratto peculiare che si trasferisce positivamente sul brand.


La resa dell’anamorfico rende il video assolutamente riconoscibile e al contempo tecnologico. Come il cinema di oggi. Come Boolebox.